La paura
Tra tutte le emozioni, la paura è forse la più antica.

Sembra proprio che nasciamo con la paura intrecciata al nostro DNA, anche se per dirlo con certezza, dovremmo prima osservare cento bambini nati e cresciuti in una cultura priva di paure. Osservazione difficile da realizzare perché è evidente che le culture presenti su questo pianeta sono ricche di paure di tutti i tipi.

La paura si alimenta prevalentemente con le idee e l’immaginazione. È un fenomeno irrazionale perché solo raramente è connessa a fatti concreti; il più delle volte è generata dalla mente, la quale è in grado di suggerire scenari catastrofici, mettendo in moto un’onda di emozioni che a loro volta rinforzano i pensieri negativi. Si genera così un’escalation di paura che porta al terrore e all’angoscia. Poi vi sono le paure ricorrenti, i loop che si formano e poi si dissolvono, per ricomparire dopo qualche giorno.

Proviamo a immaginare un piccolo gruppo di uomini di qualche migliaio di anni fa. È notte e sono radunati accanto a un fuoco, nel bel mezzo di una fitta foresta. Ogni suono, che proviene dal buio circostante, può rappresentare una minaccia. Le loro paure sono semplici e concrete: essere divorati da una belva o aggrediti da un’altra comunità.

Nel corso del tempo e per i cambiamenti sociali, l’evoluzione ha fatto si che le nostre paure siano solo in minima parte riferite a un attacco fisico alla nostra persona, da parte di qualcosa o qualcuno. Oggi sono molto più raffinate, collegate a stati emotivi e psichici, molto più difficili da combattere, perché celate sotto mentite spoglie.

L’essere umano produce montagne di rifiuti, la maggior parte non riciclabili, con i quali sta distruggendo il pianeta; lo stesso fa con un uso inconsapevole della mente, che produce continuamente pensieri negativi che avvelenano il delicato ecosistema psicofisico. La mente è un’operaia instancabile, in grado di non fermarsi un attimo e di fabbricare ogni tipo di pensiero-spazzatura.

Tra i pensieri che si formano in modo meccanico e per associazione è molto difficile fare una cernita, una sorta di “raccolta differenziata”; tutto si mescola e spesso i pensieri positivi, costruttivi e armonici, sono travolti e sotterrati da quelli negativi. Gran parte delle paure che sperimentiamo sorgono dall’accumulo di questi pensieri e non da una realtà tangibile ed oggettiva.

Perché produciamo così tanti pensieri negativi?  Il mondo è davvero un inferno? La mia esperienza personale e quella di molti altri consente di osservare che, in caso di reale pericolo, c’è meno tempo per avere paura e si passa direttamente all’azione, fosse anche solo scappare. Paradossalmente, nelle situazioni e nelle aree del pianeta in cui esistono tragiche ragioni per temere qualcosa, la mente è più concentrata sulla sopravvivenza, piuttosto che sulla paura.

Quella sottile e subdola funzione della mente che trasforma una radice in un serpente e una semplice ombra in un mostro spaventoso, è completamente scollegata dalla realtà vissuta nel momento della paura. Un conto è reagire a una minaccia concreta,  un altro è subire una  proiezione della mente.

Se vogliamo combattere la paura, non dobbiamo preoccuparci di quella oggettiva, causata da una situazione di concreto pericolo (indipendentemente da come riusciamo ad affrontarla) ma dobbiamo sconfiggere quella derivata dalle proiezioni immaginifiche legate al futuro o all’idea di ciò che può accadere nel presente (invece di osservare ciò che realmente avviene).

La paura è intimamente connessa alla memoria. Senza memoria la nostra mente sarebbe vuota e farebbe molta fatica a crearsi immagini di ciò che non conosce. Anche la fantasia così come la sperimentiamo, anche se appare creativa, nasce dall’interazione di più elementi conosciuti. Il classico personaggio mostruoso in un romanzo è nato nella mente dello scrittore, dalla somma di dati di ciò che genera spavento, riesumati e miscelati in maniera suggestiva.

Nella nostra vita, quando temiamo che accada qualcosa, sul lavoro, nella sfera sentimentale, nel corso di un viaggio, le ipotesi che si formano nella mente appartengono sempre a ciò che conosciamo, anche se non lo abbiamo sperimentato in prima persona nel passato. Come faremmo a temere qualcosa di cui ignoriamo completamente l’esistenza? Anche ciò che si riesce a immaginare, anche qualcosa  di strano che non esiste e forse non esisterà mai, fa riferimento a porzioni di fatti e figure noti.

Paura e memoria sono in stretta relazione. L’essere umano contiene la memoria genetica dei suoi antenati, che risale probabilmente al momento della sua comparsa sul pianeta. Questo database di memorie ancestrali non esiste solo sul piano fisico. Noi condividiamo le esperienze umane anche a livello inconscio. Secondo Jung, l’inconscio collettivo è un contenitore psichico universale e rappresenta la porzione dell’inconscio umano che è simile in tutti gli uomini del pianeta.

È l’ambito in cui sono custoditi gli archetipi, le forme simboliche che sono state espresse da tutti i popoli, in ogni epoca e cultura. Secondo questa visione, un archetipo preesiste all’esperienza diretta ed è quindi istintivo. Alcuni studiosi criticano, altri condividono ciò che afferma Jung;  ma ciò di cui parla descrive, almeno in parte, il fenomeno della paura, la quale sembra esistere ovunque e risuonare ad ogni segno o fenomeno minaccioso o, “sospetto tale”.

Per coloro che credono nella reincarnazione non c’è alcun bisogno di rifarci a Jung, in quanto i dati sensibili di ogni esperienza si ritiene rimangano direttamente impressi nella coscienza individuale e quindi nell’inconscio personale, anche se non si ricordano consapevolmente le vite precedenti.

Dovrebbe essere facile capire che, preoccuparsi del domani, proiettando possibili scenari negativi della propria vita o del pianeta, è tanto illogico quanto inutile; eppure accade, perché anche la più piccola paura cresce in quel fertile terreno che è l’archetipo stesso della paura. Si teme ciò che non si riesce a vedere, più di quello che si può affrontare a viso aperto; ma ciò che non vediamo è comunque immaginato conformemente a uno schema conosciuto, che è proprio al passato (personale o collettivo).

Tra tutte le paure la più oscura è quella della Morte. È inevitabile. Essa è percepita come la fine di tutto ciò che conosciamo. C’è qualcosa dopo? Il paradiso o l’inferno, esistono? Quando non si sa, quando si è all’oscuro, questo vuoto è riempito in modo irrazionale, con immagini e pensieri condizionati e influenzati dalla società in cui siamo cresciuti. Società che, oggettivamente, non sa nulla della morte.

Il reale motivo per cui abbiamo paura è che non conosciamo abbastanza. Se conoscessimo di più sul significato della vita e della morte, probabilmente cesserebbe la paura. Al buio in una stanza possiamo avere paura, ma se accendiamo una luce, fosse anche l’esile fiamma di una candela, il buio non esiste più. Il buio non è mai esistito; è solo la conseguenza dell’assenza di luce. Il buio non è oggettivo; non possiamo aumentarlo, spostarlo, conservarlo. Basta una sorgente di luce perché scompaia.

Non conosco un modo più efficace per affrontare e combattere la paura se non quello di distruggere l’ignoranza (il buio), accendendo una luce; cioè, comprendendo sempre più noi stessi e il mondo. Da bambini, quando viviamo qualcosa di negativo, rimane inciso un solco profondo nell’inconscio, perché non siamo mentalmente in grado di difenderci dallo stress vissuto, comprendendo e analizzando l’accaduto. In modo analogo, gli archetipi e i ricordi ancestrali di un’umanità bambina, ancora troppo lontana dalla conoscenza della vita e dell’evoluzione, sono profondamente incisi in ogni essere umano.

Se riusciremo a crescere come umanità, se sapremo innescare un processo di  maturazione più veloce, per comprendere maggiormente la realtà che ci circonda, giungeremo al momento in cui la paura inizierà a dissolversi. Cesserà per tutti. La cessazione della paura corrisponde a una vera e propria rinascita, poiché questo antico sentimento affonda le radici nella sensazione di essere piccoli, soli ed impotenti, rispetto a tutto ciò che esiste. Questo meccanismo origina anche un’altro timore veramente difficile da superare: la paura di amare.

Ma, anche questa paura, è solo un’illusione.

di Antonella Spotti

Condividi!

1
Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
più nuovi più vecchi più votati
Notificami
Paolo Facchini
Ospite

E’ una analisi davvero raffinata e condivisibile. Divenire entronauti, cioè navigatori dell’interiore, dovrebbe appartenere, oggi più che ieri, al nostro pensiero primario nel quotidiano. E la paura, nelle sue molteplici “apparizioni” rappresenta uno dei veleni più difficili da sconfiggere, un veleno che richiede l’antidoto proprio alla Ricerca di Sè.