Il titolo di questo breve racconto — che è semplicemente la condivisione di un ricordo tornato alla mente con una chiarezza nuova, come il pezzo di un puzzle — prende le mosse dal celebre libro di Hannah Arendt, La banalità del male. Agli inizi degli anni Sessanta Hannah Arendt seguì per il New Yorker il processo ad Adolf Eichmann, uno tra i principali responsabili nell’organizzazione delle deportazioni verso i campi di sterminio nazisti.
L’INCAPACITA’DI PENSARE

Ciò che la colpì profondamente fu la distanza tra l’enormità dei crimini commessi e l’uomo che aveva davanti: Eichmann non appariva come il mostro che ci si sarebbe aspettati di incontrare. Appariva piuttosto come un uomo ordinario, mediocre, un burocrate che sembrava incapace di interrogarsi realmente sul significato e sulle conseguenze delle proprie azioni.
Fu da questo insopportabile scarto tra la portata del male compiuto e la sconcertante normalità del suo autore che prese forma una delle riflessioni filosofiche più discusse del Novecento: la banalità del male.
Arendt non intendeva affermare che il male fosse banale, assolutamente no; va forse qui ricordato che meno di trent’anni prima, in quanto ebrea, era stata costretta a lasciare la Germania, paese in cui era nata. La sua riflessione verteva non sul male in sé, ma sulla sua manifestazione, ovvero sul modo sconcertantemente banale con cui poteva prendere forma: su come una persona apparentemente ordinaria potesse partecipare a un sistema criminale di proporzioni inaudite, non perché animata da un male straordinario, ma perché incapace di interrogarsi veramente su ciò che stava facendo.
Al centro della sua riflessione vi é un concetto fondamentale: ciò che Hannah Arendt chiamava thoughtlessness, l’incapacità di pensare. Non la mancanza di intelligenza, ma la rinuncia a quell’esercizio interiore che permette di fermarsi, osservare, formulare un giudizio e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Questa riflessione suscitò polemiche enormi. Arendt venne duramente attaccata – soprattutto da una parte del mondo ebraico e intellettuale. Fu accusata di aver umanizzato Eichmann e di aver tradito la memoria delle vittime.
Perse amicizie importanti e fu per anni al centro di controversie molto aspre. Eppure non arretrò. Continuò a interrogarsi su una domanda tanto semplice quanto inquietante: che cosa accade quando l’essere umano rinuncia a pensare, a osservare, a esercitare il proprio giudizio?
Negli ultimi anni questa domanda ha iniziato a risuonare dentro di me in una forma diversa, decisamente meno astratta di un tempo. Fortunatamente le mie thoughtlessness si manifestano in contesti assai meno drammatici di quelli osservati dalla Arendt. Non sto parlando di crimini contro l’umanità, ma di qualcosa di assai più ordinario: di quelle volte in cui reagiamo prima di osservare, giudichiamo prima di comprendere, rispondiamo prima di aver realmente scelto come e se farlo.
Grazie a un’osservazione costante, stimolata dalla letteratura prodotta da Inner Innovation Project e dalla vicinanza con i suoi autori, sto imparando a riconoscere questi automatismi dentro di me. Il male, piccolo o grande che sia, può diffondersi attraverso l’inerzia della meccanicità, dei riflessi condizionati non osservati; si riproduce da sé, lungo una linea di minima resistenza : ecco la sua banalità.
Ma la meccanicità non é una condanna inevitabile. Noi possiamo lavorare su noi stessi, possiamo esercitare il nostro libero arbitrio e imparare a fermare gli automatismi di difesa, contrapposizione, paura, bisogno.
Certo, questo significa smettere di muoversi lungo la linea di minima resistenza – e continuare a farlo. Allora forse un giorno…esisterà la banalità del bene?
NON UN NEMICO, MA UN ESSERE UMANO
Mosca, giugno 2019
All’epoca non avrei saputo formulare questa domanda in questi termini. E probabilmente non avrei nemmeno immaginato che una parte della risposta mi stesse aspettando su un marciapiede moscovita.
Erano gli ultimi giorni di una lunga tournée in Russia. Un mese di viaggio. Io, la mia cara amica Valentina e le solite quattro valigie al seguito, dentro cui negli anni abbiamo imparato a incastrare magliette e mutande tra marionette, pezzetti di legno e cacciaviti con una precisione che, nel caso di Valentina, sfiora ormai l’ingegneria – io no, sempre troppe cremine e cianfrusaglie al seguito, vanità di vanità…
Era stata una tournée intensa, bella e complessa. Tante facce che parlano una lingua incomprensibile, paesaggi da fine del mondo, il silenzio sospeso di quelle chiese che, inspiegabilmente, sanno di casa.
La tournée é sempre un viaggiare atipico e decisamente pieno di sorprese, e la grande sorpresa di quella tournée fu scoprire quanto i timbri (detti picét in lingua locale) siano in Russia una faccenda tremendamente seria.
Ci sono stati momenti in cui, davanti a un timbro mancante o messo nel posto sbagliato — cosa che ovviamente scopri soltanto quando sei davanti a qualcuno in uniforme che ti guarda come se stessi tentando di attraversare il confine con uranio impoverito — abbiamo avuto la netta sensazione che tutto potesse trasformarsi molto rapidamente in un thriller geopolitico: ritiro dei passaporti, impossibilità di riportare la scenografia in Italia, multe assurde, documenti incomprensibili, trafile pazzesche e lunghe ore di panico mentre già mi vedevo rinchiusa in un qualche gulag siberiano.
Ok, io ho una vena tragica, lo ammetto, vi assicuro però che la burocrazia lì non scherza. Per fortuna accanto a noi c’era Irina. Irina é una signora che oggi avrà una settantina d’anni; lavora all’Institut Français di Mosca, città dove é nata e vissuta. Ma più che a quella bellissima metropoli, Irina sembrava appartenere al piccolo popolo della tradizione nordica.
Piccola, occhi allungati di un colore indefinibile, cammina su questo mondo con passi svelti e leggeri. Discreta, accogliente, competente, pertinente, e dotata di una qualità rarissima: una straordinaria calma.
Davanti a qualsiasi problema Irina reagiva sempre nello stesso modo: “Ok, va bene, ho capito, adesso vediamo” – che in russo (quantomeno il suo) veniva condensato in un “Karashó”:
Documenti mancanti? Karashó
Timbri sbagliati? Karashó
Possibilità di multe a davvero troppi zeri? Karashó
Voli da cambiare per ritornare al primo aeroporto di scalo e farsi mettere il maledetto picét? Karashó.
Affrontava tutto con una calma disarmante.
Francamente, non ci fosse stata lei, non solo io e la mia cara amica non avremmo avuto la capacità di risolvere nulla, ma le conseguenze economiche e lavorative sarebbero state talmente serie che a me sarebbe venuto un coccolone.
Ma per fortuna, dopo una serie di peripezie, tutto si risolse e noi potemmo continuare la nostra tournée fino alla taiga siberiana – e ritorno.
I ricordi che più intimamente conservo di Irina e della sua salda quiete, sono nella penombra e nei profumi delle chiese ortodosse. Il modo di mettersi il fazzoletto sul capo; di accendere candele per poi raccogliersi sussurrandoqualcosa; i passi leggeri e spediti che seguivano una perfetta geografia intima a me sconosciuta. Nel suo modo di vivere la spiritualità, che nel suo caso era anche una religione, non c’era mainulla di ostentato: tutto era estremamente delicato, naturale, compreso il modo in cui, durante le funzioni, con un piccolo gesto mi suggeriva dove spostarmi, facendomi sentire sempre a mio agio.
È difficile da spiegare, ed io per prima non ne capisco il perché, ma starle accanto in quelle chiese a me così stranamente familiari mi dava la sensazione di qualcosa di giusto. Ma arriviamo al nocciolo di tutto questo raccontare : uno degli ultimi giorni della nostra tournée, Valentina, Irina ed io eravamo ferme davanti alla vetrina di un ristorante di Mosca intente a studiarne il menù per capire se soddisfasse le nostre voglie.
A un certo punto sentimmo un gran rumore alle nostre spalle, e a seguire urla.
Ci voltammo di colpo: una signora era inciampata nel trolley che Valentina aveva al seguito -e che in quel momento se ne stava tranquillamente parcheggiato alle sue spalle.
Nulla di straordinario, peccato che la suddetta signora stesse urlando come una gallina strozzata
Dietro di lei, quello che suppongo fosse il marito e una coppia di amici guardavano la scena con occhi sgranati: la reazione della signora era decisamente sproporzionata rispetto all’accaduto.Strano karma quello della signora: trovandosi in terra straniera — e in quel momento in senso piuttosto letterale — convinta di non essere capita, stava dando sfoggio di un vocabolario davvero poco decoroso, infilando una dopo l’altra le peggiori parolacce e, purtroppo per lei, lo stava facendo in… francese.
Valentina era immobile; capisce il francese ma di certo non conosce gli insulti più volgari di quella lingua. Non aveva contezza di quello che la signora le stesse dicendo, ma in ogni caso era tutto talmente fuori dalle righe che non sapeva cosa fare. Io invece stavo capendo ogni parola. Aspettavo solo il momento giusto, in quella lunga valanga di insulti, per entrare a gamba tesa; e dunque con cortese sorriso esordii : “Ma che classe Madame! Complimenti, eccola qui la grandeur francese: convinti di essere superiori al mondo intero con la vostra lingua di Molière! Guardi che la mia amica non é né un’idiota, né una grandissima pu…. nétanto meno una brutta zo….! Davvero i miei complimenti signora, si fanno sempre riconoscere i francesi, eh?!”
Eccola qua la banalità del male: nessuna riflessione, soltanto una reazione condizionata, colpo su colpo.
La verità è che in quel momento non stavo più reagendo a quella signora e ai suoi insulti, per quanto sproporzionati e fuori luogo.
Quella donna aveva smesso di essere una donna ed era diventata il contenitore di anni trascorsi in Francia sentendomi tante volte ancora straniera; di tutte quelle volte in cui un accento imperfetto poteva rendermi improvvisamente meno credibile, meno legittima, meno ascoltata.
Io non stavo rispondendo a ciò che stava accadendo. Stavo rispondendo ad anni di piccole umiliazioni sedimentate. A una storia precedente che, in quel momento, aveva trovato un bersaglio perfetto.
Quel giorno nulla di tutto questo sfiorò la mia mente.
La reazione di Irina però mi spiazzò – ed ecco il pezzo mancante del puzzle :
“Ma no signora, perché parla così? Si é spaventata? Forse si é fatta male..?”
Irina era visibilmente scossa, turbata dagli insulti e sinceramente dispiaciuta.
Ricordo ancora il suo volto: sembrava al limite delle lacrime.
Non era indignata, non era offesa. Era sconcertata.
Era la stessa Irina che annodava il fazzoletto quando entrava in chiesa, che accendeva candele, che affrontava un problema burocratico senza aggiungere panico al panico.
Andò verso la signora per aiutarla ad alzarsi, ma questa saltò su in piedi e se ne andò via, continuando imperterrita a insultare. Il marito e l’altra coppia scambiarono con noi uno sguardo imbarazzato e poi si dileguarono a testa bassa dietro la donna urlante – che visibilmente non s’era fatta nulla.
Questo ricordo è rimasto lì per anni: come certi oggetti che conserviamo senza sapere bene perché e che, un giorno, trovano finalmente la loro collocazione. Mentre io avevo visto qualcuno da mettere al proprio posto, Irina aveva visto qualcuno che aveva perso il controllo.
Non un nemico: un essere umano. Non era colpita dagli insulti, ma dal fatto che si fossero prodotti.
COERENZA E VISIONE
Eccola la banalità del bene. Irina era semplicemente Irina: profondamente coerente a se stessa.
La sua attenzione era andata spontaneamente verso la condizione umana che stava producendo quegli insulti, non verso gli insulti stessi.
Ciò che per me oggi richiede ancora tempo e lavoro, in lei era già spontaneo.
Coerenza… che bella parola. Continuo a cercarla.E mentre scrivo queste ultime righe, a chiusura di questo racconto, mi torna alla mente una poesia di Borges che da molti anni mi accompagna :
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Jorge Luis Borges – I giusti, 1981
Come sarà bello questo mondo il giorno in cui la gentilezza non ci sembrerà più straordinaria; il giorno in cui la capacità di vedere l’altro sarà diventata naturale; il giorno in cui, davanti alla paura, all’aggressività, allo smarrimento o perfino all’attacco, la nostra prima reazione non sarà quella di vedere qualcuno da cui difenderci e a cui restituire il colpo, ma quella di essere umani.

