Brexit e dintorni. I bivi che richiedono tutta la nostra razionalità

LE PREMESSE

Il pubblico che osserva dall’Italia le vicissitudini legate alla Brexit è di sicuro curioso, a volte addirittura appassionato tifoso dell’una o dell’altra scuola di pensiero a riguardo. La complessità della situazione è, tuttavia, difficile da percepire dall’esterno.

Non è facile neppure attribuire maggiore o minore probabilità ai diversi scenari futuri: gli stessi nativi britannici – e i milioni di immigrati che hanno costruito oltre Manica un nuovo capitolo della loro vita – vivono una situazione in cui tutte le strade disponibili possono ancora essere imboccate.

Tanto una Brexit “dura”, non regolata da un accordo – il cosiddetto “deal” – con l’entità politica che si sta abbandonando, quanto una fuoriuscita dall’UE basata su un patto ufficiale sono ancora possibili. Non solo: è aperta anche l’opzione di un secondo referendum che riporti indietro il tempo, riassegnando ai cittadini del Regno Unito l’opportunità di pronunciarsi a riguardo.

Lo stesso conflitto tra chi sostiene l’uscita e chi vorrebbe restare all’interno dell’Unione Europea è ancora in corso, con i Conservatori in Parlamento rimasti per lo più fedeli al risultato del referendum, i Liberal Democratici che lo hanno sempre avversato e gran parte dei Laburisti che, inizialmente determinati a ottenere una Brexit basata su un accordo, danno ora la sensazione di essersi spostati verso onde più “Remain” e puntare ad un secondo referendum.

Tutto questo, a oltre tre anni dalla prima consultazione popolare. La fotografia descrive dunque un momento storico in cui il buio è quasi completo: nessuno può dire di poter prevedere in maniera attendibile quale sentiero verrà alla fine scelto. Tra questi, tuttavia, ve ne è uno che, dati alla mano, getterebbe la Gran Bretagna ancora più verso l’ignoto.

I FATTI

Mentre un’uscita dall’Unione Europea basata su un accordo ben negoziato fisserebbe dei punti fermi in grado di lasciare un certo grado di fiducia a imprese e società civile, un “no deal” prevede scenari temuti da molti operatori economici, dai cittadini che hanno votato per il Remain e da coloro che, pur essendosi pronunciati a favore del distacco dall’UE, nutrono preoccupazione per quello che è indicato nel dossier governativo come il peggior scenario verosimile dovuto a una Brexit in versione “dura”.

I documenti in questione, classificati come riservati, sono stati fatti trapelare dal Sunday Times, che è riuscito ad averli in versione integrale da fonti vicine all’esecutivo. Compilate dal Governo sotto il nome in codice di “Yellowhammer”, le previsioni parlano di una possibile scarsità di alimenti freschi, farmaci, carburante e un tracollo nei porti britannici che potrebbe protrarsi per tre mesi.

A fare da specchio alle carte ufficiali ci sono le analisi delle realtà economiche preoccupate per l’approvigionamento. Grandi catene come John Lewis e Waitrose hanno rivelato di aver accumulato scorte di cibi in scatola e olio, ma di non poter fare nulla per attutire le conseguenze che una Brexit senza accordo con l’UE avrà sull’approvigionamento di cibi freschi attraverso il canale della Manica. Co-op, cooperativa di consumatori e quinta realtà della grande distribuzione in Gran Bretagna, si dice allarmata per il verosimile aumento dei prezzi dei cibi freschi in caso di “no deal”.

Quando si aprono conversazioni informali sull’argomento, in una città multietnica come Londra – in cui la chiusura verso l’immigrazione di fatto non esiste e l’attenzione si sposta verso questioni per lo più pratiche – è facile riscontrare queste stesse preoccupazioni anche tra la gente. Anzi, è addirittura difficile trovarsi a conversare con qualcuno che manifesti ottimismo verso un’uscita dall’UE senza negoziazioni di sorta. Fuori dalla capitale sembra che il disagio per la forte presenza di stranieri sia più presente. Dai dati rilasciati dal Ministero dell’Interno britannico risulta che gli episodi di odio a sfondo razziale sono cresciuti in Inghilterra e nel Galles negli ultimi cinque anni, raggiungendo un picco durante la campagna per la Brexit e nel periodo successivo. Più ci si allontana da Londra, più il sostegno alla Brexit sembra accompagnarsi ad una incrollabile fiducia nella possibilità della Gran Bretagna di far fronte alle difficoltà post Brexit. Il punto più estremo di questo filone di pensiero corrisponde all’affermazione “abbiamo vinto la Seconda guerra mondiale, pensate che non riusciremo a risollevarci senza la comunità europea?”.

Posizioni che lasciano perplessità esistono anche sul fronte opposto, con alcuni sostenitori del Remain ad oltranza incuranti del rischio insito nel volgersi in direzione opposta al risultato ottenuto da uno strumento democratico come il referendum. È vero che, nel sistema britannico, esso ha una funzione consultiva e non vincolante, ma è allo stesso tempo osservabile che le consultazioni popolari hanno sempre avuto un ruolo forte nell’influenzare le scelte politiche nel Paese. Ci si può dunque chiedere se sia ragionevole combatterne l’esito proprio su una questione tanto rilevante come la Brexit.

Al tempo stesso, rimane legittimo ipotizzare che molti votanti anti UE abbiano fatto all’epoca affidamento sulle dichiarazioni di Boris Johnson e altri promotori della Brexit che – prima del referendum – escludevano del tutto la probabilità di un’uscita senza un accordo, in quanto già all’epoca erano ipotizzabili le possibili conseguenze catastrofiche di un mancato patto. In maniera simile, in tanti votarono pro Brexit per via di altre affermazioni dell’attuale Primo ministro, secondo cui, grazie all’uscita dall’UE, la Gran Bretagna avrebbe “risparmiato” 350 milioni di sterline a settimana (19 miliardi ogni anno) in termini di contributi in uscita verso l’Unione Europea, dato poi sfatato dall’Istituto di Statistica britannico, secondo cui la cifra finale ammonterebbe a 250 milioni a settimana.

Tuttavia, il fatto che delle figure politiche possano mentire fa parte della realtà di ogni campagna elettorale o referendaria. Difficile immaginarla come una scusante assoluta per chi ha operato una scelta al momento del voto. Come i dati sono risultati verificabili dopo il referendum, così lo erano prima dello stesso.

Nel teatro della Brexit si avvicendano dunque in maniera caotica tutte queste posizioni, ognuna con i propri aspetti ragionevoli, ognuna con le proprie esagerazioni, in un Paese che prima del referendum del 2016 non sapeva di essere spaccato così in profondità.

Il quadro, oltretutto, non è ancora completo. Il cast degli attori è più ampio. Da una quinta fanno il proprio ingresso sul palcoscenico, numerosi e ben microfonati, coloro che sostengono la Brexit “da destra”, cavalcando e alimentando un’onda di xenofobia.

Dall’altra quinta, poco “documentata”, entra una differente categoria di antieuropeisti, le cui motivazioni si discostano da quelle di Farage o di altre figure di estrema destra che fanno capolino tra i Conservatori. Sono parte per lo più – ma non solo – dell’ala sinistra del Partito laburista e hanno preoccupazioni che riguardano la non democraticità delle istituzioni europee e la regola secondo cui il rapporto tra deficit e PIL non dovrebbe andare sopra la soglia del 3%. La ragione? L’impossibilità per uno Stato di indebitarsi per produrre occupazione e dunque, in ultima analisi, il fatto che, all’interno dell’Unione così come è oggi, uno Stato non sia realemente libero di perseguire una propria politica economica che generi crescita.

Se “on stage” esistono ragioni e ragionamenti, dietro le quinte è verosimile immaginare interessi che non trapelano e che, a seconda dei casi, vanno in direzione di un “deal”, di un “no deal” o di una rinuncia alla fuga dall’UE. Due piani diversi, uno fa molto rumore e l’altro continua a lavorare in sordina.

Sullo sfondo, sempre nello stesso teatro, la nuova campagna governativa “Preparatevi per la Brexit”, che dà per scontata l’uscita dall’UE il 31 ottobre e costerà ai contribuenti 100 milioni di sterline.

In realtà, se Boris Johnson dovesse seguire quanto il Parlamento ha stabilito nelle ultime votazioni, la sua interazione con Bruxelles dovrebbe puntare a una proroga di tre mesi che consenta alla Camera dei Comuni tutto il tempo necessario per produrre un nuovo accordo, capace di dare una soluzione più efficace tanto in tema di merci che transitano quanto in relazione alla spinosa questione della barriera tra Irlanda e Irlanda del Nord, suscettibile di diventare causa per un riaccendersi dell’antico conflitto tra le due.

Tuttavia, pare le intenzioni del Primo Ministro non siano queste e si va verso un pericoloso gioco in cui sembra diventato normale aggirare le regole democratiche. Dopo aver trovato il modo di “sospendere” le attività del Parlamento fino a due settimane prima della data stabilita per la Brexit, Johnson va a negoziare anticipando già ai suoi interlocutori europei che, per il 31 ottobre, la Gran Bretagna lascerà, in ogni caso, l’Unione Europea. Le intenzioni non sembrano esattamente quelle di chi è preoccupato di ottenere le migliori condizioni per il Paese che rappresenta, quanto quelle di chi ha una certa fretta di concludere, al di là del risultato.

Completano l’affresco le corti giudiziarie che in Inghilterra, Irlanda del Nord e Scozia si pronunciano in maniera discorde sulle questioni legate agli ultimi atti del Primo ministro e alla Brexit.

LA RIFLESSIONE

Il caos è palpabile, il futuro è un’incognita e, di tanto in tanto, nell’osservare le divisioni interne al Paese o la disponibilità ad aggirare con nonchallance le istituzioni democratiche, ci si domanda davvero quali forze si stiano muovendo dietro le quinte.

Tuttavia, lo spettatore attento e indagatore, seduto nelle prime file appena sotto il palco, riesce ancora a concentrarsi sulle persone, con la volontà di individuare “il lato buono” oltre la superficie delle posizioni espresse.

Così, nell’atteggiamento medio delle fasce d’età più giovani, tendenzialmente pro UE, vede il desiderio di essere parte di una comunità più ampia, portatrice di valori etici elevati. Sebbene non riescano a vedere le pesanti conseguenze di anni di austerity, sono comunque spinti da una genuina volontà di unità, di costruzione comune. Oltretutto, è sulla loro generazione che peseranno tutte le conseguenze – positive o negative – dell’uscita dall’UE.

Nei Remainer tutti d’un pezzo, lo stesso osservatore rileva il sogno di contribuire dall’interno ad una Unione Europea differente, che aumenti il livello di rappresentatività delle sue istituzioni e trovi il modo di compiere una svolta verso politiche di crescita che vadano a vantaggio di tutti i Paesi coinvolti.

Nei Brexiter, fatta eccezione per quelli motivati dall’avversione atavica verso lo straniero e la sua temuta diversità, lo spettatore vede invece il desiderio di assicurare che una volontà popolare espressa in maniera democratica venga rispettata. D’altronde, la scelta di andare avanti per la propria strada, se si ritiene di poter fare meglio di quanto si faccia all’interno dell’Unione, è una scelta più che legittima.

Non si sa quali di queste visioni avranno la meglio, non si sa se ci sarà modo di combinare il meglio di ciascuna di esse, soprattutto in presenza di una polarizzazione così forte. Nessuno sembra ritenersi tanto esperto da formulare una soluzione che integri i diversi punti di vista. Può darsi che, a livello politico, questo porti a sentire la necessità di una Costituzione scritta.

Tuttavia, può davvero bastare? È sufficiente mettere i principi nero su bianco? E cosa accadrà la prossima volta che un politico mentirà o che dati falsi verranno reclamizzati a caratteri di fuoco? Ci si lamenterà ancora di essere stati ingannati, manipolati, manovrati o c’è invece modo di mettere fine a un tale circolo vizioso?

È forse il singolo essere umano ad avere bisogno di sviluppare una libertà reale dai condizionamenti, qualunque sia il suo “livello culturale”. Se gli individui toccati da messaggi propagandistici falsi avessero saputo separare la funzione del pensiero da quella emotiva, avrebbero scelto Remain o Brexit per “la spinta del momento” o sarebbero invece andati a verificare dati, consultare le fonti dirette, confrontare gli scenari basandosi sui numeri e i fatti?

Se fossero stati in grado di osservare in loro stessi la fascinazione emotiva provata per la visione di una Gran Bretagna “con meno stranieri” (e dunque con minori occasioni di confronto con un diverso che fa paura), l’avrebbero seguita ciecamente andando a sostenere chi assecondava la xenofobia o si sarebbero, invece, posti due domande cercando di individuare le cause di questa pulsione verso la chiusura?

Allo stesso modo, coloro che oggi si disperano per l’uscita dalla UE e vorrebbero un secondo referendum, a livello razionale dovrebbero forse porsi il problema di quante volte sia ragionevole chiedere ai cittadini di indicare la propria opinione senza che questo sia un voler forzare le cose verso un certo risultato.

Sono soltanto degli esempi, ma chi, in un percorso di studio della natura umana, abbia sperimentato il metodo dell’osservazione di sé, sa che la possibilità di conquistare consapevolezza di certi strati emotivi profondi è possibile, come è possibile metterli in standby per far spazio al processo logico necessario per una decisione razionale.

In questa possibilità è nascosto il primo passo verso una condizione in cui si possa essere sempre meno soggetti a influenze esterne che fanno leva su zone emotive inconsce per trascinare l’individuo nell’una o nell’altra direzione. Se di tali zone sempre più individui diventassero gradualmente consapevoli, chi conosce l’arte di manovrarle avrebbe vita sempre meno facile.

In uno scenario incerto come quello descritto – e nei tanti altri similari che altre nazioni stanno vivendo – la necessità di compiere dei passi verso questa condizione di consapevolezza individuale sarebbe più che mai indispensabile.

Qualunque strada la Brexit prenda, il benessere degli individui dipenderà dalla capacità di fare i conti con la realtà e dare il proprio contributo qualsiasi scenario si abbia davanti. Ma – è questo il punto – un contributo reale può essere dato soltanto accrescendo la propria razionalità nel prendere decisioni future e diventando progressivamente coscienti di quelle pulsioni (paura, odio, insicurezza, etc) che sono sensibili ad influenze esterne. L’individuo che le sappia vedere, indagare e “isolare” mentre utilizza il proprio spirito di ricerca e la logica per compiere le proprie scelte, sta già contribuendo ad un auspicabile cambio epocale basato su un più evoluto utilizzo della mente. Che si trovi in una Gran Bretagna ancora parte preziosa dell’Unione Europea o in una Gran Bretagna incamminata per propria legittima scelta verso un percorso autonomo.

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