Educazione al Benessere - dalla paura alla responsabilita

Educazione al Benessere: dalla paura alla responsabilità

Se sentiamo spesso ripetere che “prevenire è meglio che curare”, è anche vero che alla parola cura associamo significati condizionati dalla nostra esperienza passata, culturalmente segnata da una visione della salute e del benessere quanto meno paradossale e che, fortunatamente, sta cambiando.

Di fatto siamo abituati a pensare che ci si “cura” quando si è ammalati, che la “cura” arriva in una condizione di sofferenza e che spesso la “cura” stessa non sia qualcosa di piacevole ma, nel migliore dei casi, una noia da sopportare e nel peggiore un ulteriore dolore o sacrificio al quale sottomettersi.

Naturalmente questa è una generalizzazione ma riguarda un’esperienza che, in modo differente e con differenti sfumature, la maggior parte delle persone vive.

Da qui ne deriva che la prevenzione è vista anch’essa come una sorta di dovere, come un sacrifico necessario per evitare il peggio.

Insomma, il rapporto con il benessere e la salute si trasforma in un continuo tentativo di fuggire il male, in un continuo sforzo per evitare il peggio o, come reazione contraria e naturale, nell’esorcizzare il pericolo della malattia non pensandoci, preferendo godersi la vita reggendosi sulla speranza che “non capiti a noi”.

In un modo o nell’altro, di fatto, è la paura che detta i nostri comportamenti in merito alla salute.

Non il desiderio di stare bene, ma la paura di stare male.

Può sembrare un gioco di parole ma non lo è affatto.

E’ possibile cogliere le differenze fra questi due atteggiamenti, sia da un punto di vista psicologico, soggettivo, esperienziale, sia da un punto di vista neuroscientifico e fisiologico.

Nel primo caso ognuno può facilmente ricordarsi dei momenti in cui ha svolto dei compiti, anche complessi o faticosi, mossi dal desiderio di ottenere qualcosa, sia esso di tipo materiale, emotivo o perfino astratto.

Si può pensare allo sportivo dilettante che si allena per il piacere di praticare il suo sport preferito, oppure al professionista che si impegna per salire sul podio della prossima gara.

L’impegno eccitato di chi si appresta ad iniziare un nuovo progetto lavorativo, il piacere di andare avanti nella lettura di un romanzo appassionante o di un saggio su un argomento che ci sta a cuore.

Eppure le stesse esperienze possono essere vissute in modo totalmente diverso.

Lo sportivo dilettante che va a correre mosso dalla paura di essere giudicato grasso e poco prestante, il professionista che si allena fino allo sfinimento perché ha paura di perdere quel posto sul podio o di deludere i fan o l’allenatore.

Il professionista che inizia il progetto mosso dalla paura di essere un fallito o di non arrivare a fine mese e il lettore che, ad esempio, deve leggere quel libro l’ennesima volta per paura di essere bocciato ad un esame che avrà da lì a poco.

Stesse azioni, differente modo di viverle.

E credo che basti un minimo di intuito, o semplicemente la capacità di ricordarsi situazioni analoghe vissute personalmente, per cogliere l’enorme differenza in termini di stato d’animo e di energia.

Nel primo caso tutto è fatto in modo piacevole e si è felici anche quando si è stanchi (può capitare perfino di sentire di poter ricominciare da capo anche se si è già fatto ben oltre il necessario).

Nel secondo si è stanchi già in partenza, e può facilmente capitare che le cose ci vengano male o appaiano più difficili di quanto siano in realtà.

Oltre a questo aspetto psicologico, non va trascurato il fatto che il nostro corpo (inclusivo del cervello) è strettamente interconnesso alla psiche.

Senza entrare troppo nel merito, la PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) studia da decenni il rapporto fra la psiche (comprensiva di pensieri ed emozioni) e l’organismo fisico, arrivando a dimostrare la costante interconnessione fra pensiero-emozione, sistema nervoso, apparato endocrino e sistema immunitario.

Questi studi sono nati a partire da precedenti ricerche sullo stress focalizzate sull’osservazione della risposta fisiologica e chimica del corpo alle situazioni percepite come pericolose o critiche e, successivamente, sono state influenzare anche dagli studi di Candace Pert.

La Pert, neuroscienziata e farmacologa statunitense, nel suo celebre libro “Molecole di Emozioni” spiega, a partire dalla sua scoperta di alcuni recettori specifici per gli oppioidi, come ogni nostra emozione è connessa a sostanze specifiche che circoleranno nell’organismo.

In estrema sintesi, queste ultime ricerche stanno dimostrando scientificamente come lo stato d’animo che viviamo abbia sempre delle ripercussioni sul nostro organismo fisico e, in ultima analisi, sul nostro stato di salute, nel bene e nel male.

Se infatti vivere nella paura produce, per così dire, “molecole di paura” che influenzeranno sistema nervoso, apparto endocrino e sistema immunitario (indebolendoli e avvelenandoli se la loro produzione è protratta nel tempo) lo stesso vale per la gioia e altre emozioni benefiche (è importante tenere conto del fatto che, potenzialmente, ogni emozione ha una sua utilità psicofisica per la sopravvivenza dell’organismo e che, in linea di principio, anche la produzione eccessiva di altre “molecole di emozioni” potrebbe risultare non benefica).

In poche parole, svolgere le stesse azioni sperimentando soggettivamente un vissuto differente non è solo una questione di percezione soggettiva, ma coinvolge oggettivamente l’intero apparato psicofisico.

Tornando alla questione della prevenzione e della cura, a questo punto appare evidente che occuparsi della prevenzione per paura di ammalarsi, non solo ci porta a vivere soggettivamente qualcosa di non piacevole, ma risulta perfino (e paradossalmente) dannoso.

La prevenzione intesa come un’attenzione ossessiva tradotta in azioni compulsive per non ammalarsi… finisce per diventare causa (o quantomeno co-causa) della futura malattia, fisica o psicologica (anche se ormai dovrebbe essere chiaro, alla luce delle ultime ricerche, che distinguere nettamente le due cose è solo una convenzione teorica).

Cosa fare allora?

Fare finta di niente e non preoccuparsi affatto della propria salute? Ovviamente no.

La soluzione a questo empasse emerge se utilizziamo la parola cura in un altro modo: inserita nel contesto della frase “prendersi cura” e, nello specifico, prendersi cura di sé.

Ma cosa significa prendersi cura di sé, e come può essere funzionale alla prevenzione?

Innanzitutto partiamo dal presupposto, per quanto detto sopra, che non possono essere delle azioni specifiche a determinare il beneficio per noi stessi, perché il modo in cui le facciamo sembra determinante.

O quanto meno non possono essere solo delle azioni specifiche.

E’ ovvio che nutrisi di cibi migliori, praticare attività fisica, praticare tecniche per una serenità mentale e cercare buone relazioni sia indubbiamente utile e consigliabile.

In questo articolo il focus è su cosa può rendere queste attività più efficaci e sul fatto che esista un qualcosa senza il quale rischiano di non essere un vero prendersi cura.

Qualcosa la cui mancanza, spesso, finisce per farci fallire in ogni tentativo di impegnarci in qualcosa di utile e benefico in modo costante.

Cos’è questo qualcosa?

Non è altro, appunto, che il modo.

E il modo è assolutamente determinato da noi, è nostra unica responsabilità.

Assumersi la responsabilità della propria salute significa smettere di credere che non ci sia niente che possiamo fare per garantirci e mantenere uno stato di salute.

Così come responsabilità non è sinonimo di colpa: sentirsi in colpa perché non riusciamo a portare avanti una dieta o un’attività fisica salutare non è altro che un differente modo per continuare a sottostare alla paura di ammalarsi e sottrarsi alla responsabilità.

All’inizio dell’articolo ho accennato al fatto che la visione della salute e del benessere sta cambiando.

Uno dei cambiamenti più importanti, sia in campo medico che psicoterapeutico, è quello del passare dal fornire interventi basati sul curare una patologia (o nel migliore dei casi sul prevenirla), al fornire conoscenze e strumenti per educare al benessere.

Il che significa, essenzialmente, offrire alle persone la più grande garanzia di star bene: imparare ad assumersi la responsabilità della propria salute.

Il che, in ogni caso, include la capacità di accorgersi se e quando è il momento per chiedere aiuto ad un esperto per ricevere delle cure, e affidarsi a lui.

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