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L’importanza di non sapere

“La conoscenza è potere” è una famosa affermazione presente in molti libri di crescita personale, un’espressione che sottolinea l’importanza del sapere nel farsi strada nella vita di tutti i giorni. La conoscenza è ciò che ci rende liberi, è l’arma in più per contribuire nella società in cui viviamo. Il non sapere, al contrario, porta da sempre con sé una connotazione negativa essendo associato all’essere ignoranti, ad una sensazione di incertezza. Credo chiunque a scuola abbia provato quella sensazione di forte imbarazzo e disagio quando l’insegnante ci ha sorpresi a non conoscere una risposta o una soluzione ad un problema specifico.

Nonostante questo modo di ragionare possa sembrare condivisibile e logico, vorrei invitarti a considerare quanto in realtà il sapere possa spesso essere fonte di limitazione nel realizzare profonde verità riguardo noi stessi e il mondo in cui viviamo. Al momento della nostra nascita non sapevamo granché del mondo in cui avremmo vissuto ma con il tempo abbiamo iniziato ad accumulare svariate informazioni riguardo noi stessi e la realtà che ci circondava, informazioni che ci avrebbero aiutare a sopravvivere come individui in un contesto sociale: abbiamo imparato ciò che era pericoloso e ciò che era sicuro, a riconoscere il corpo come “mio” e tutto il resto come “non mio” e cosi via. In poche parole, abbiamo imparato a creare distinzioni all’interno di una realtà che un momento prima sembrava non averne. Questo processo di apprendimento ha rappresentato e rappresenta tuttora uno strumento fondamentale per poterci muoverci, interagire, sopravvivere e contribuire all’interno di una realtà sconosciuta.

Ovviamente la cultura e le sue tradizioni giocano un ruolo fondamentale nel modellare la nostra personalità e nel distillare verità assolute riguardo alla realtà in cui viviamo. Ogni cultura ci dice cosa sia o non sia salutare mangiare, ci insegna a quale religione aderire e ci avverte dei pericoli presenti in altri insegnamenti, ci offre una lista di comportamenti da seguire, ci dice come vestirci e cosa è fuori moda. Senza rendercene conto, sin da bambini, la nostra cultura crea per noi una fitta rete di credenze, regole e informazioni che, se non messe in discussione con occhio critico, diventano la nostra realtà.

Il sapere imposto da autorità esterne modella in maniera profonda ciò che siamo e la prospettiva con cui osservare e decifrare la realtà in cui viviamo. Perdiamo di vista il fatto fondamentale che tali informazioni siano del tutto relative al contesto in cui siamo nati e che tali confini e limitazioni siano del tutto arbitrali. Il fatto di credere in Dio o in Allah o di non credere affatto, il fatto di indossare jeans o una tunica, il fatto di mangiare riso, pizza o hamburger sono fatti contingenti alla cultura e tradizioni in cui siamo nati. Perdiamo di vista la relatività di tali verità. Questo processo di affiliazione ad un certo modo di pensare piuttosto che ad un altro è rafforzato dal senso di sicurezza e accettazione che proviamo seguendo determinate regole e su tali basi ci creiamo un’identità individuale e sociale che raramente mettiamo in discussione per non essere emarginati. Saper dimostrare di sapere è un fatto così importante nella nostra società che spesso ci porta a mentire o a sparlare pur di non ammettere semplicemente di non sapere. Sentiamo l’esigenza di trovare risposte a ogni domanda, a inventare storie per riempire i vuoti cognitivi di cui abbiamo imparato a vergognarci.

Ciò che le persone non apprezzano e trascurano è che il non sapere rappresenta lo spazio necessario affinché si possa sapere. Prima che qualcosa sia noto ci deve essere uno spazio vuoto per far apparire la conoscenza, una sorta di bicchiere vuoto che possa essere riempito. Il non sapere è la fonte del sapere, è ciò che è necessario ma che viene costantemente evitato e temuto. La nostra attenzione è sempre focalizzata sul contenuto e mai su ciò che consente al contenuto di essere. La conoscenza va e viene, ma ciò che permette alla conoscenza di esistere deve essere necessariamente sempre presente. Il non sapere non dovrebbe essere visto come l’assenza di qualcosa, ma come una proprietà fondamentale della realtà nella quale un contenuto di qualsiasi forma può apparire e diventare manifesto. Potrebbe mai una qualunque conoscenza esistere se non ci fosse un contenitore privo di forma e contenuto specifico pronto ad accoglierla? Se il contenitore avesse forma quadrata, avrebbe potuto accogliere qualcosa a forma di cerchio?

Lo stato di non-conoscenza è l’elemento essenziale che offre un’infinita libertà e apertura affinché qualsiasi contenuto possa apparire senza alcun vincolo, perché la sua stessa natura è senza limiti. Questa verità è puntualmente trascurata e ignorata nonostante rappresenti un punto di fondamentale importanza soprattutto per chiunque sia interessato a conoscere in maniera definitiva la natura esistenziale di sé stesso e della realtà che lo circonda.

Ti invito a considerare l’ipotesi che forse ciò che tu indichi come “io” è in realtà un mix di contenuti che proviene da un contenitore che non ha una forma specifica ma che ha la potenzialità di accogliere ogni forma e che forse quel contenitore sia il tuo vero “Io”. Il percorso spirituale necessita un’apertura al non sapere, compito molto difficile vista la folle corsa ad imparare sempre di più. Si perde di vista l’ovvia ma potente realizzazione che il non conoscere rappresenta lo spazio necessario per un’onesta indagine su sé stessi. Affinché risulti chiaro ciò che voglio dire, credere di essere un essere umano composto da carne, ossa, molecole, atomi o energia e di vivere in un mondo fisico colmo di oggetti materiali rappresenta un credo, un insieme di contenuti accumulati nel corso degli anni senza essersi mai preoccupati di verificarne la veridicità.

Il modello attuale della realtà, che sia materiale o di energia quantica, è un modello concettuale della realtà e non corrisponde in alcun modo alla nostra esperienza personale. La realtà in cui viviamo sembra fisica e materiale solo per via di un graduale condizionamento culturale che ci ha riempito di concetti plasmando la nostra realtà. La nostra colpa è quella di avere creduto in tale modello ciecamente. Il nostro peccato consiste nell’avere permesso ad autorità esterne di dirci chi siamo e che cosa sia la realtà nel suo aspetto più intimo. Il nostro compito è riappropriarci di questa autorità per smettere di credere di sapere ciò che siamo e di farne diretta esperienza. Per fare ciò è necessario partire da una condizione di non conoscenza, una sorta di tabula rasa di tutto ciò che ci è stato detto e insegnato, per far affidamento alla nostra esperienza personale diretta.

Il percorso interiore offre la possibilità di realizzare che, quello stesso contenitore che permette ad ogni sapere di esistere, rappresenta anche lo spazio che accoglie ogni emozione, pensiero, concetto, sensazione e percezione che assieme formano un contenuto che erroneamente identifichiamo come “Io”. Finché prendiamo per vera e assoluta la visione moderna per cui la materia rappresenta il vero contenitore in cui la realtà appare, non lasciamo spazio per realizzare qualcosa di diverso e forse di più vero e profondo. Potrebbe essere necessario accettare l’amara verità che forse la maggior parte delle cose che ci sono state insegnate e apprese a scuola sono inesatte e non rappresentano un modello accurato della realtà. Naturalmente questo passo indietro è difficile da compiere perché mina quella tanto agognata sicurezza cognitiva che ci offre una sopravvivenza sociale e individuale. Accettare di non sapere, prendersi la briga di verificare personalmente un modello che il mondo scientifico dà per certo, mettere in discussione ciò che premi Nobel affermano, andare controcorrente alle più influenti personalità del nostro secolo non renderà la tua vita più semplice ma allo stesso tempo ti renderà libero da possibili limitazioni imposte da altri nell’osservare la realtà.

Credo che la ragione per cui tu stia leggendo questo post sia perché c’è qualcosa dentro di te, un’intuizione, che ti dice che c’è qualcosa che non quadra. Come se ci fosse qualcosa di più nella vita che sta scivolando via e non sai dove cercare per trovare la risposta. Avere punti di riferimento rappresenta senza dubbio un aiuto e molti testi e letture possono rivelarsi fondamentali nell’indirizzarci verso una visione del mondo e di noi stessi più autentica. Il mio non è un invito a non esplorare, acquisire o cambiare il nostro sapere ma ci tengo a sottolineare che senza un lavoro interiore individuale non sarà mai possibile comprendere appieno ciò che si cerca di descrivere con le parole.

Come detto, non bisogna concentrarsi sul contenuto ma su ciò che funge da contenitore della realtà. Devi cercare il nulla che consente al qualcosa di essere. Lao-Tzu disse: “è il vuoto all’interno della tazza che lo rende utile”. Quindi, se sei onestamente interessante a un percorso interiore, ti invito a non concentrarti su ciò che ha forma e colori ma a concentrati piuttosto su ciò che permette a quelle forme di esistere. La risposta non la troverai nel mondo delle forme, non la troverai al di fuori e tantomeno in qualche libro sacro, ma solo “dentro” di te. Tu sei ciò che stai cercando quindi non aspettare di trovare il vero “Io” in qualche forma oggettiva.

Ciò che trovo ironico e paradossale è che la nostra società (e quindi le persone che la costituiscono) si vanta costantemente di quanto sappia, spesso pavoneggiandosi in maniera arrogante di tutta la conoscenza scientifica e tecnologica acquisita nel corso dei secoli rispetto a realtà meno istruite, ma che di fronte alla semplice domanda “chi sei tu?” non è in grado di rispondere. Un immenso e insopportabile senso di vuoto interiore ci assale e ci impedisce di guardarci dentro. E, credo, sia questo senso di vuoto e di ignoranza di noi stessi che ci spinge a concentrarci maggiormente sul fare piuttosto che sull’essere, sia sul mondo esterno che interno e che questo feroce desiderio di accumulare sempre più conoscenza rappresenti in molti casi un meccanismo di distrazione e di difesa per non ammettere che non abbiamo nemmeno una vaga idea di chi siamo realmente.