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Oltre la donna

Oltre la donna

Forse i concetti di uomo e donna sono superati. Forse è arrivato il momento di superare in noi stessi il riconoscimento in un genere legato ai propri attributi sessuali. La natura sembra dividere gli animali in maschi e femmine per uno scopo pratico: la riproduzione della specie. C’è chi ha chiamato l’uomo “animale sociale”, ma penso che questa sia una visione ingenua, poiché penalizza l’animale in ciò che è e l’uomo in ciò che potrebbe essere.

Un animale è compiuto in sé stesso, aderente alle leggi di natura, incapace di violenza gratuita e quando soffre è dignitoso, si distacca da quella socialità che per lui è vita e consuetudine. La frase “homo homini lupus” scredita decisamente il lupo. L’uomo è incompiuto e capace di una violenza immensa contro tutte le specie, soffre lamentandosi, carico di rancore e pretesa nei confronti di coloro che dice di amare. Come possiamo credere che la nostra essenza di “esseri umani” segua le leggi di natura?
Allo stesso modo, l’uomo è capace di compiersi secondo volontà e di superare sé stesso per autodeterminarsi e diventare ciò che desidera. Questa spinta sembra più una necessità che un’alternativa, dato che l’unica legge a cui siamo realmente assoggettati è la volontà del nostro libero arbitrio.
Certo è che ritenerci un prodotto della biologia, della famiglia, del contesto sociale, sia tanto rincuorante quanto illusorio.

Della donna se ne è già parlato. La donna più debole dell’uomo per forza fisica, discriminata da un’ideologia patriarcale, vittima di una natura che la costringerebbe alla maternità e di una società che non la riconosce al pari dell’uomo. Allora si potrebbe dire che per l’antica filosofia cinese esistono lo Yin e lo Yang, come espressione del lato femminile e maschile in ciascuno di noi, due principi che preservano l’ordine naturale del Tao, del tutto.

È evidente che la società si sia evoluta in modo squilibrato secondo Yang, in cui forza, potere, capacità di penetrazione e prevaricazione hanno preso il sopravvento sulle qualità ricettive, relazionali, trasformative dello Yin. Le ideologie che governano la nostra vita sociale sono imbevute di guerra per sé stessi e lotta per la sopravvivenza, perciò la donna continua a rimanere il “sesso debole”, perché quando nella preistoria un nemico attaccava una tenda, era l’uomo ad uscire con il bastone per difendere la sua famiglia. Dall’epoca, non siamo stati in grado di creare una società migliore.

In questa giungla, il meglio che certe donne sono riuscite a fare è scimmiottare stereotipi maschili, vivendo lo Yang in modo ancora più disregolato. Sono diventate nemiche delle altre donne, assumendo un atteggiamento di rigidità morale, dogmatismo astratto e polemica aggressiva nei confronti di una mancata affermazione. Ma che riconoscimento cercano? Ancora un riconoscimento maschile, il plauso di una società malata che per natura esclude sensibilità e relazioni. Queste donne credono di poter affermare la loro natura con un atteggiamento completamente opposto. Ma della natura femminile sembrano non sapere proprio nulla. C’è dell’altro, oltre l’uomo e la donna, dato che una natura maschile e femminile sono già di per sé incomplete.

Mi rivolgo agli esseri femminili che tali si ritengono. Siamo consapevoli della nostra natura creatrice? Non intendo quella biologica, ma quella del pensiero. Siamo in grado di generare un’idea senza essere inseminate dall’esterno, da teorie e pensieri di altri uomini? Siamo in grado di scegliere i nostri valori aldilà di una morale eteronoma che ci vuole territoriali, madri, figlie amorevoli, cuoche, gatte? Perché siamo ancora gatte? Perché abbiamo ancora bisogno della benevolenza altrui e di sedurre l’altro da noi per riconoscerci nella sua attenzione, cioè vivere di luce riflessa? Perché abbiamo bisogno di organizzare uno spazio, un figlio, un uomo? Perché cerchiamo protezione fisica e intellettuale? Ci hanno detto che la donna vive nella relazione, come se fosse condannata ad un mondo di superficie, come se non fosse in grado di scendere in sé stessa e riconoscersi come Uno. Perché ci rapportiamo all’Altro come soggetto mancante, e non come Uno?

Oltre la donna, c’è la coscienza. La coscienza di essere creatrici, pensatrici, filosofe in una società che ha bisogno del maschile nelle donne e del femminile negli uomini. Metterci in discussione, rifiutare qualsiasi dogma, essere bellissime soggettività in azione.

  1. Ciao Giulia, grazie per questo bell’articolo. Esprimi molto bene la difficoltà che vive oggi il movimento di emancipazione femminile, che spesso altro non fa che cercare di emulare comportamenti maschili già di per sé disfunzionali. Dobbiamo recuperare il vero significato dei principi sacri del femminile e maschile, che trovano solo un pallido riflesso nella nostra biologia. Un solo appunto. Sembra che animali come gli scimpanzé siano di fatto capaci di violenza gratuita. Se ne rese conto, non senza provare considerevole turbamento, la famosa etologa Jane Goodall, osservando la tristemente famosa “guerra dei quattro anni del Gombe”: un violento scontro che ha visto contrapporsi per anni due comunità di scimpanzé in Tanzania, che costituivano in precedenza un’unica grande comunità.

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