Scrivo fin da quando ero bambina.

Mi ricordo che in quinta elementare andava di moda tra i miei compagni di classe un gioco bellissimo per i momenti ricreativi, quello di scambiarsi bigliettini con messaggi di amicizia che spiegavano nel dettaglio i motivi per cui si era amici dell’altro.

Seduti a coppie l’uno di fronte all’altro, ci passavamo i foglietti sotto le costruzioni di carta in stile “c’è posta per te”, per poi provare l’emozione di ricevere un biglietto con sopra scritto il nostro nome, pieno di complimenti.
Il momento della scrittura era vissuto con grande rispetto da parte di tutti.

L’autore si scervellava per descrivere l’amico nelle sue migliori qualità, per fargli provare un’emozione unica ed è questo che determinava la buona riuscita del gioco. In caso contrario non sarebbe stato divertente e i compagni non si sarebbero risparmiati in lamentele e giudizi.

Oggi si è perso il piacere nel condividere un’emozione attraverso le parole.
C’è piacere in chi genera questa emozione e in chi la riceve. Questa è comunicazione: mettere in comune stati d’animo.
Il linguaggio è nato per espandere le possibilità di comunicazione, non per imprigionare l’anima.

Un’anima che si è sempre espressa naturalmente con l’arte e la musica, può trovare espressione nella parola carica di filosofia e povera di retorica.
Filosofia, è amore per il vero.
Chi si bea del proprio linguaggio rimane solo.
Chi vuole spiegare teorie per sé stesso, non riesce a dare un significato alla propria vita.
Invece, chi usa il linguaggio come mezzo per prendersi cura dell’anima, non sarà mai solo e la sua vita avrà sempre un senso.

Ho conosciuto un uomo e una donna che non posso fare a meno di chiamare Maestri, come lo sono coloro che realmente possiedono le capacità di trasmettere un insegnamento agli altri.

La caratteristica principale di un maestro è quella di aiutare un allievo nella risoluzione di un problema adattandosi alle sue capacità, per una crescita naturale e appagante.

Quante volte da piccoli abbiamo contato sulle dita di una mano, incapaci di fare altrimenti?
Ringraziamo il nostro buon maestro di matematica per averci insegnato le tabelline, difficilissime da ricordare ma, una volta imparate, una garanzia per la vita.

Ecco, a forza di studiare a scuola materie come la matematica, a un certo punto mi sono chiesta:
“Ma quand’è che si comincia a studiare la vita?”.

In passato nessuno è mai stato capace di darmi una risposta. Purtroppo siamo abituati a una cultura che fa della sofferenza un passaggio obbligato, spesso di cui andar fieri, come se senza non vi fosse comprensione. Nessuno ci ha mai detto che la nostra sofferenza viene proprio dalla mancanza di comprensione e perché, forse, cerchiamo di “moltiplicare” senza conoscere le tabelline.

Gli strumenti esistono e valgono per la vita. Esiste da qualche parte una conoscenza che non s’impara sui libri di scuola, che si è persa nel tempo e che contiene i segreti di una vita felice e piena di significato.

Il progetto a cui partecipo (Inner Innovation Project) parla attraverso libri e musiche di una possibilità d’innovazione interiore che nasce dal desiderio di voler ricercare un senso più profondo dell’esistenza.

Il desiderio di scoprire e conoscere è lo strumento principale di un ricercatore che non si accontenta di cogliere il mondo così come l’ha sempre percepito.
L’idea di fondo è semplice: ciò che noi chiamiamo realtà, non è altro che una percezione personale del mondo e come tale, limitata e piena di condizionamenti.

Quanto di ciò che sperimentiamo è reale e quanto è una replica del passato? Se si ripresenta, non siamo nel presente. Se non è presente, non è vivere.
Esiste la possibilità di diventare sempre più consapevoli del proprio corpo, dei propri pensieri e delle emozioni che ci abitano; possiamo farlo attraverso l’osservazione e acquisendo le informazioni indispensabili per la nostra crescita.

Crescita, non è cercare di diventare delle persone migliori secondo uno standard, ma incarnare sempre di più i principi in cui crediamo, con il fine di realizzare al nostro interno la più vera e alta espressione di noi stessi.

L’Etica non è un comportamento a cui siamo tenuti ad aderire; se ben ci si osserva è in parte una naturale propensione dell’essere umano. Riscoprirla è la vera sfida.

A noi il piacere di riscoprire tecniche ed emozioni per toccare qualcosa di unico attraverso un linguaggio che ha il profumo d’altre epoche, nelle quali il corpo umano era vestito di nobiltà e fierezza.

Di Giulia Ruffino

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